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Project

Questo nuovo upgrade di “Other Identity”, dopo l’edizione del 2016, conserva le caratteristiche principali che lo hanno contraddistinto nella prima uscita e ora più che mai il tentativo di assottigliare le distanze tra artista e galleria, artista, critico e curatore, artista e il suo pubblico.
In questa seconda edizione siamo ospitati da tre tra le più importanti gallerie genovesi,  Galleria ABC-ARTE, Galleria Guidi&Schoen-Arte Contemporanea, PRIMO PIANO di Palazzo Grillo, e uno degli spazi ufficializzati più dinamici ed energici del comune di Genova, Sala Dogana a Palazzo Ducale.

Un’edizione che si presenta come “un’unplugged” dopo la prima uscita in un enorme contenitore come quello della Loggia della Mercanzia sempre a Genova; “una musica per gli occhi” dove le opere d’arte e i progetti visivi e sonori intendono mostrare le contaminazioni esistenti tra le arti visive e quelle performative e il legame indissolubile che si crea con la musica contemporanea.

Questa volta siamo voluti entrare direttamente negli spazi adibiti all’arte, le gallerie, rispettando le peculiarità che ogni spazio offriva, irrompendo a volte in maniera violenta, a volte più discreta e intimista ma sempre carica di energia nel bianco delle pareti e nel legno dei parquet, con lavori coraggiosi e viscerali, che provano a spogliarsi e guardarsi allo specchio come quando si cerca di

riconoscersi in un’immagine riflessa, cercando di capire l’origine di quelle forme, di quei lineamenti… le nostre somiglianze e le nostre differenze.

Ecco, Other Identity quest’anno più che mai presenta artisti legati da questo comune denominatore, artisti che con le loro opere si mettono in gioco in prima persona e parlano di se in maniera diretta a carte scoperte, senza

mediazioni, attraverso sensibilità diverse ma sincere; i colori delle stampe fotografiche, dei video, delle installazioni esplodono questa volta nell’austerità ed autorevolezza degli spazi privati, nell’eleganza delle location, affrontando con lucidità ed energia questa sfida che per molti artisti è la loro prima grande prova ufficiale.

PREMESSE

Other Identity vuole essere una tappa di un progetto espositivo, che funga da cartina al tornasole capace di misurare di volta in volta lo stato di una nuova grammatica narrativa, di nuove forme di interpretazione della nostra immagine.

A confrontarsi sul tema dell’identità e dell’autorappresentazione sono artisti italiani e stranieri uniti da una comune piattaforma emotiva e tematica, dalla quale poi sfociano ricerche personali ben distinte, e dal comune linguaggio fotografico.

Una nostra peculiarità è quella di presentare artisti spesso inediti per favorire e stimolare la conoscenza del loro lavoro e l’interesse del pubblico partecipante al nostro evento.

La fotografia è qui il medium privilegiato in ogni sua forma, sia essa analogica o digitale, utilizzata attraverso reflex professionali o smartphone, usata sempre con consapevolezza e coerenza dall’artista che la piega alla propria ricerca

personale, senza abusare di quelle post-produzioni spesso impiegate per mascherare un’inesistente qualità dell’immagine. Il comune denominatore degli artisti coinvolti è una “onestà intellettuale” nel senso di un consapevole, intelligente, lucido, semplice uso del mezzo espressivo, a tratti brutale nella sua desolante rappresentazione del reale, spesso filtrato da emotività malinconiche e sognanti, crudo iper-realismo, graffiante autobiografia, esibizionismo

pubblicitario e complesse dinamiche di intimità familiari. Non è corretto parlare di “artisti selezionati”, ma di artisti che si sono scelti, avvicinati con quell’istinto “animale” che ci fa riconoscere i nostri simili anche in cattività, identificare una piattaforma emotiva comune da cui poi sfociano ricerche personali ben distinte legate però da questa tematica di fondo.
 

OTHER IDENTITY

Other Identity si occupa  di decifrare un fenomeno ormai comune ma che ha cambiato radicalmente il modo di “vivere” ed “interpretare” la nostra immagine che è diventata continuamente esibita e pubblicizzata: il nostro modo di autoritrarci e di presentarci al mondo.

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire; si creano così delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce, costruiamo il nostro profilo emotivo attraverso una personalità che ci rappresenta o quanto meno vorremmo ci rappresentasse, e spesso questa nostra costruzione ci fa

effettivamente credere di essere così, come se avessimo bisogno di inventare un’immagine pubblica che ci sostituisce per avere un ruolo e un peso nel mondo.

Una mostra quindi sulle nuove forme di identità e sulle sue continue trasformazioni.

…Emozione è la parola magica;

specialmente in quell’universo parallelo che è il web e il social net, un luogo di identità alternative, di personaggi esagerati, un teatrino emozionale

apparentemente effimero e superficie dove si consuma però la maggior parte del nostro tempo e si è sviluppata una comunicazione e una immagine del sè che ormai influenza pesantemente anche la nostra vita reale.

L’ 88% dei messaggi che includono foto attirano l’attenzione ed hanno un tasso di memorizzazione più alto, quelli con i video ottengono il 2,35 d’interazione in più. I post senza contenuti visual creano solo il 1,71 di coinvolgimento.

L’importanza dell’apparenza sociale e pubblica

L’ importanza dell’immagine anche grazie all’ evolversi di quegli “elettrodomestici” che ormai ci sono indispensabili come smartphone e tablet è ormai un dato di fatto, il nostro album di famiglia è stato sostituito dagli album condivisi in rete dalle varie piattaforme; il nostro privato viene costantemente messo in evidenza esaltandone anche i più piccoli e insignificanti momenti come il risveglio, la colazione o la pausa in compagnia di un buon libro, il nostro shopping ecc. ogni nostra azione acquista una risonanza pubblica come se acquistasse valore soltanto nel momento della sua condivisione con un numero sempre più alto di “amici” che spesso neppure conosciamo e con i quali magari non ci siamo scambiati nessuna parola.

Questo disperato bisogno di “sottolineare” la nostra presenza solo in funzione della sua pubblicizzazione ha fatto si che anche la nostra immagine ne subisse una trasformazione.

Rappresentazione del sé

Sempre di più siamo attenti ad orchestrare ciò che vogliamo mostrare di noi stessi, esaltarne certe caratteristiche nasconderne altre, siamo impegnati a costruire la nostra immagine pubblica, come fossimo tutti dei personaggi dello spettacolo o dello star system, plagiamo, pieghiamo, modifichiamo così la nostra “autorappresentazione” come fossimo quasi più attenti ad orchestrarne la messa in scena che non a viverla, come fossi più importante far emergere la scenografia della nostra esistenza piuttosto che la sua sostanza.

Identità di genere

Si manifestano e si creano così delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare del suo “personaggio”, un carattere grintoso, modaiolo, euforico, avventuroso o riflessivo, dolce, intimistico, solare o dark… così forniamo tracce, costruiamo il nostro profilo emotivo attraverso un personaggio che ci rappresenta o quanto meno vorremmo ci rappresentasse, e spesso questa nostra costruzione ci fa effettivamente credere di essere così, come se avessimo bisogno di inventare un’ immagine pubblica che ci sostituisce per avere un ruolo e un peso nel mondo.

Selfie: il narcisismo sui social network

Così la pratica dell’ autoritrarsi, del dover testimoniare attraverso la nostra immagine la nostra condizione sociale, sfocia nel “Selfie”.

L’Oxford Dictionaries Online, ha nominato il neologismo inglese selfie parola dell’anno 2013 inserendola come nuovo termine all’ interno del vocabolario.

Sto parlando delle foto auto-scattate che ritraggono se stessi postate sul web che piacciono tanto a tutti (o quasi) gli utenti del web e che stanno riempiendo i social più utilizzati come Instagram e Facebook. Si tratta come ormai sappiamo bene, di una specie moderna ed evoluta del classico autoscatto alla quale si aggiungono due dimensioni importanti: la dimensione della rappresentazione e della condivisione dell’immagine, infatti mentre il vecchio autoscatto rimaneva essenzialmente un ritratto privato, il selfie invece è pubblico.

Nata negli anni 2000 con la diffusione dei primi social network come per esempio My Space, con il quale si iniziava a pubblicare le proprie informazioni personali in rete, l’avvento di Facebook, con la sua immagine del profilo ma anche degli smartphone dotati di fotocamera frontale sono stati decisivi per l’affermazione dell’attività di scattare selfie che oggi conta solo su Instagram 73,925,900 post.

All’ interno del web si condividono gli autoscatti migliori di sé per la ricerca di gratificazione personale e un narcisismo che sfiora quasi la patologia a cui si aggiunge anche quella dell’approvazione altrui espressa attraverso il numero dei “mi piace” ottenuti per ogni autoscatto.

La tendenza quindi è quella di sentirsi approvati in primis dagli altri e poi da noi stessi, quantifichiamo nei like il grado e la qualità del nostro potere seduttivo, della nostra personalità e del nostro “personaggio”. Perché tutto è pubblico, nulla celato o omesso se non forse la nostra vera natura il nostro essere profondo.

Identificazione del sé

Da sempre l’artista è sensibile ad argomenti quali l’identità e la comunicazione legate alla sua immagine, ma ora più che mai egli è indotto a confrontarsi con se stesso e a mettere in discussione la sua autorappresentazione. Lungo è il percorso di riflessione su tale tema: tornando indietro nel tempo si può far riferimento alle ricerche di Cindy Sherman (Glen Ridge, 1954), artista, fotografa e regista statunitense, conosciuta per i suoi autoritratti concettuali (self-portrait), che forse per prima ha potentemente sottolineato questo aspetto di spersonalizzazione della propria immagine assumendo nelle sue opere ruoli  di volta in volta differenti; per poi passare a Nan Goldin (Washington DC, 1953), che si afferma come una delle maggiori esponenti di un'espressione  artistica a favore della completa identificazione tra arte e vita, utilizzando  la fotografia come un "diario in pubblico" a documentazione della sua esistenza, a partire dal suicidio della sorella Barbara Holly nel 1965.
Senza poi dimenticare Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York,1981) che, nonostante la sua breve vita, ebbe influenza sull’arte di fine XX secolo concentrando il suo lavoro soprattutto sul suo stesso corpo e sull’ambiente circostante, riuscendo spesso in una vera e propria fusione.
Molti altri sono gli artisti che si potrebbero citare, ma questi sono i principali punti di riferimento delle numerose ricerche sviluppatesi nel corso degli anni fino a giungere alle recenti curiose citazioni dell’attore e artista James Franco, che nella sua prima opera fotografica (James Franco’s New Film Stills) si rifà, reinterpretandola, alla prima storica serie di Cindy Sherman, i Film Stills; oppure alle opere del fotografo Sandro Miller, che ha selezionato alcuni tra i più famosi ritratti di sempre, ricreandoli con John Malkovich (attore, regista, produttore cinematografico e teatrale, nonché stilista, statunitense), come protagonista. «Malkovich, Malkovich, Malkovic» è il titolo del progetto che vuole essere un omaggio ai grandi maestri della fotografia.

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono quindi messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione che viene puntualizzato, sottolineato, raccolto, selezionato come a voler fermare schegge impazzite che travolgono il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo.

Francesco Arena

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