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ARTISTS

Alessandro Amaducci | Francesco Arena | Carlo Buzzi | Mandra Stella Cerrone | Roberta Demeglio | Boris Eldagsen | Anna Fabroni | Pamela Fantinato Massimo Festi | Teye Gerbracht | Barbara Ghiringhelli | Olivia Giovannini-Modus | Anna Guillot | Teresa Imbriani | Sebastian Klug | Natasa Ruzica Korosec | Eleonora Manca | Elena Marini | Lorena Matic | Ralph Meiling | Beatrice Morabito | Giulia Pesarin | Annalisa Pisoni Cimelli | Angelo Pretolani Giacomo Rebecchi | Chiara Scarfò | Valter Luca Signorile | Valerio Visconti | Giovanna Eliantonio Voig | Violeta Vollmer

Tutti i testi e le biografie complete sono pubblicate sul catalogo ufficiale dell'evento.

ALESSANDRO AMADUCCI

Nasce a Torino e si laurea con una tesi sulla videoarte. Ha collaborato con il Centro Arti Visive Archimede di Torino, realizzando corsi di video. Ha svolto l’attività di docente di video per alcuni corsi di formazione finanziati dalla CEE, per l’Istituto Europeo di Design di Milano e attualmente insegna presso il DAMS di Torino. Ha alternato la sua attività artistica fra fumetti, fotografia, teatro e musica. Ha collaborato con l'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, realizzando documentari sulla Seconda Guerra Mondiale, sulla Resistenza e sulle lotte operaie.

Ha collaborato al Teatro Juvarra di Torino per la realizzazione di alcuni spettacoli multimediali.

Attualmente realizza video di videoarte, videoinstallazioni, documentari, videoclip, spettacoli multimediali e vjing, curando in parte anche gli aspetti musicali. Realizza anche fotografie digitali.

FRANCESCO ARENA

Francesco Arena è un'artista visivo italiano, fotografo, performer, videomakers, art director di eventi artistici.

Dopo il liceo artistico e durante la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti, si avvicina alla fotografia e nel 1985 decide che quello sarà il mezzo privilegiato nel suo lavoro per l’estrema aderenza alla realtà, (almeno in apparenza) e il suo potenziale espressivo immediato.

Opera da anni nel campo dell’arte realizzando progetti anche site specific; oltre a serie fotografiche e polaroid, struttura installazioni che interagiscono con l’utilizzo di oggetti quotidiani, fotografie e video proiezioni.

Indaga sul ruolo delle immagini nella società contemporanea e sulla possibilità di ribaltare le nostre abitudini interpretative; gran parte del suo lavoro consiste in una riflessione sull’atto stesso del vedere, sulla costruzione della “rappresentazione”, sul concetto di “identità” e su come noi stessi guardiamo le immagini, proiettando su di esse significati che sono loro estranei e che provengono dalla nostra stessa esperienza autobiografica, culturale e sensoriale. L’atto dell’inquadratura diventa non solo un dispositivo formale ma anche e soprattutto, un dispositivo interpretativo a disposizione dello spettatore; per questo motivo le sue immagini/installazioni non sono accompagnate da un titolo preciso (ma radunate in serie o cicli), né la loro origine è in alcun modo chiarita.

Anche gli stili fotografici utilizzati mutano a seconda dei lavori, ora più classici ora più legati al linguaggio mass mediale della pubblicità e della moda, questo per mantenere il più possibile un legame con una forma di comunicazione e un codice interpretativo comune mettendolo continuamente in discussione.

Ultimamente sceglie la tela vinilica come supporto privilegiato delle sue opere eliminando tutti gli elementi classici della presentazione fotografica quali cornici, passepartout o pannellature, concentrandosi così sull’impatto visivo dei suoi lavori e sull’essenza dell’immagine stesa come un telo reso tridimensionale da supporti invisibili, oppure usata come una seconda pelle che ricopre e riveste a volte non solo il corpo umano ma anche gli oggetti quotidiani creando dei corto circuiti sensoriali.

 

CARLO BUZZI

Carlo Alberto Buzzi è un artista italiano, conosciuto per i suoi interventi di “public art” nel contesto urbano; si serve degli strumenti propri della comunicazione pubblicitaria con azioni site-specific. Normalmente utilizza il comune poster tipografico esponendo un significativo numero di manifesti tramite affissione pubblica. L’operazione è documentata fotograficamente; il lavoro sarà in seguito formalizzato grazie alla produzione di un numero limitato di “quadri” (riproduzioni fotografiche, manifesti “strappati”).
Ha realizzato la prima opera-operazione “pubblica” nel 1990 in collaborazione con il gallerista Luciano Inga-Pin di Milano; si trattava di una pagina di pubblicità acquistata sulla rivista Flash Art e l’inserzione riproduceva centralmente un comune scopino da bagno, nella parte superiore la scritta “PICASSO”, nella parte inferiore la didascalia “orario 20-22”. Nel 1991 un soggetto simile fu esposto a Milano su manifesto tramite pubblica affissione, canale espressivo in seguito privilegiato dall’artista.

MANDRA STELLA CERRONE

"Fare luce è il mio mestiere e di questo sorrido.

Nelle mie performance di arte relazionale e terapeutica, propongo azioni poetiche per superare la percezione parziale che abbiamo di noi stessi. E così che con altre sei donne abbiamo lavato 15.000 euro in contanti in un lavatoio pubblico. Ho messo in scena, analizzato e sofferto le mie relazioni familiari. Ho dato questa stessa possibilità alle persone del pubblico che da oltre 10 anni, con performance e workshop, rimettono in scena i loro legami familiari con dei tableaux vivant. Suggerisco di assimilare un’assenza-mancanza mangiandone l’immagine stampata su un’ostia. Raccolgo lettere di raccomandazione presso Amore, e poi la vita, la morte, il battito del cuore, la religione, il bianco, il nero, l’oro, questi i miei elementi ricorrenti. Gli strumenti che uso quotidianamente, in performance pubbliche o private, sono quelli che ho appreso e sperimentato su di me negli anni, la metagenealogia, la psicomagia, il biodramma, la mirror therapy, la fotografia terapeutica, la terapia verbale, le costellazioni familiari. La sintesi di ciò che ho appreso è tutta nel mio lavoro.

La mia vita è il nutrimento della mia arte. La mia arte vuole modellare l’invisibile lavorando su quello che di visibile siamo”.

ROBERTA DEMEGLIO

Fotografa professionista attiva sul territorio italiano ed estero; affianca al suo lavoro commerciale una ricerca artistica che porta avanti da anni lavorando prevalentemente in bianco e nero. Oltre un work in progress dedicato appunto all’autoritratto, immagini spesso evocative e potenti, autoritratti scaturiti dalle proprie paure e fobie, i temi ricorrenti sono legati ad una sorta di teatralizzazione del sentire, una messa in scena dove elementi come il buio, la notte, l’acqua, le plastiche, trovano spesso una collocazione nelle sue potenti immagini. Bianco e nero ma di una sostanza densa, come se la superficie fotografica si facesse anch’essa corpo, con la sua grana, fondendosi coi corpi trattati.

BORIS ELDAGSEN

Boris Eldagsen fotografa di notte esplorando i limiti della raffigurazione. Piuttosto che percorrere le storie, i luoghi e le persone, i suoi lavori trasformano la realtà esterna, per dipingere così una realtà oltre il tempo e lo spazio: quella dell’inconscio.

Allo stesso modo di Faust di Goethe, Eldagsen persegue “whatever holds the world together in its inmost folds “ per creare immagini che sono inaccessibili alla mente razionale, costringendo lo spettatore a immergersi nei propri ricordi e sentimenti. Così Boris chiama le sue fotografie POESIE.

Lavorando in questo modo paradossale, Eldagsen difficilmente può essere chiamato solamente fotografo. Senza materiali eccessivi o effetti digitali, combina le tecniche della fotografia “Street” e mette in scena delle vsioni per creare immagini che stanno tra pittura, cinema e teatro. Com queste peculiarità, l’artista

crea installazioni site-specific che racchiudono in sé una varietà di formati, dalla carta da parati, alle carte fotografiche, all’immagine video, per creare un’esperienza in cui la realtà diventa fluida ed i visitatori possono camminare attraverso gli spettri di uno spazio interiore.

ANNA FABRONI

Nata a Sora, si trasferisce in Molise nell’ 80 dove vive tutt’ora.

A diciotto anni si trasferisce a Roma e lavora come modella. Proprio su un set fotografico conosce il fotografo che le regalerà la prima macchina fotografica e con cui inizia il suo primo racconto: “Costole”, una raccolta di autoritratti che vince un premio all’interno del Portfolio in Piazza-Si Fest di Savignano e, con l’aiuto di Denis Curti, viene pubblicato dalla Wea.

Comincia così il suo percorso artistico incentrato principalmente su tematiche molto vicine al corpo, il proprio corpo, come l’anoressia di cui soffrì per 14 anni, l’accettazione di se, gli autoritratti; si esprime con tecnica cruda, colori violenti, restituisce un’immagine, un’indagine di se come un lavoro in corso, con tappe definite.

“Ho capito che la coscienza di me, di quello che sono, merda compresa, è l’unico modo per essere poco interpretabile agli occhi altrui. Io vivo in uno stato d’apnea, alla ricerca continua di un compromesso tra quello che sono e il resto del mondo. E se per anni mi sono sentita in colpa di non essere quello che gli altri vedevano in me ora, mi sembra quasi una benedizione”.

PAMELA FANTINATO

“Ho una laurea in Lettere ad indirizzo Arti dello Spettacolo sepolta dentro qualche cassetto polveroso. Vivo e lavoro a Venezia.

Ho studiato fotografia con autori come Joakim Eskildsen, Machiel Botman, Todd Hido, Mads Greve. Fotografo il mio corpo, il mio io, metto a nudo la mia anima lasciandomi andare alle emozioni. Le mie immagini sono come me… indefinite, eteree… le guardi e se non le catturi dopo un po’ scompaiono”.
Utilizza indistintamente media che catturino l’immagine dagli smartphone alle reflex digitali ma anche quelle analogiche, il mezzo non è importante per lei quanto il risultato finale; una sorta di campionatura intima, minuziosa di infiniti dettagli, pieghe, un’attenzione verso tutto ciò che sta in secondo piano, nascosto, inosservato.

MASSIMO FESTI

Nasce a Ferrara. Diplomato nel 1998 all'Accademia di Belle Arti di Bologna con il teorico di mutazioni legate ai linguaggi visivi Francesca Alfano Miglietti (FAM).

E' artista multidisciplinare, sviluppa una ricerca incentrata sull'individuo e sull'identità attraverso una pluralità di mezzi: fotografia, video e performance. La sua ricerca si snoda attraverso figure che indossano una maschera/seconda pelle, scostanti esseri che non aspirano più ad essere Dèi ma diventano soggetti protagonisti di realtà imperfette, superamento dei generi, alterazioni dell’immaginario collettivo.
Nature antropomorfe che non dimenticano il lato irrazionale dell’uomo e la fisicità dell’esistenza e che, nella continua utopica ricerca di sintesi delle problematiche identitarie, vogliono ancora “diventare”, cercano ancora strategie di sopravvivenza.

Il soggetto diviene un’icona collettiva che si sovrappone all'identità di ogni anonimo protagonista di paure individuali e piccoli/grandi drammi quotidiani. Un uomo la cui maschera è volto universale, frutto di una contaminazione irreversibile, a volte irreparabile.

TEYE GERBRACHT

Nasce a Remscheid, vicino a Düsseldorf.

Recentemente ha studiato Belle Arti presso la Kunstakademie di Düsseldorf con il Prof. Martin Gostner; il suo lavoro è stato esposto al ETC Colonia, Kunstsammlung NRW e presentato in diverse riviste e pubblicazioni on-line.

Nei suoi lavori principalmente usa il mezzo fotografico e “abita” i luoghi; perlopiù ambientazioni isolate e decadenti, case barocche e ottocentesche (recentemente un lungo viaggio poetico e di introspezione lo ha portato a Palermo e nel sud Italia a ritrovare e assaporare decadenze e climi che gli sono famigliari) spoglie e abbandonate, colorate da luci calde ad avvolgenti ma anche foreste o interni domestici quotidiani tutti però descritti nel loro vuoto, a volte riempito col suo corpo, a volte privato anche di quello… Abita questi ambienti, quando lo fa appunto con la sua presenza, un corpo nudo, mai esposto dichiarandone una precisa identità ma una presenza inquietante; un corpo che si muove, si spoglia dei propri abiti, cerca degli angoli che lo possano nascondere o denuncia con le sue posture precisi messaggi esistenziali. Una presenza androgina fotografata su pellicola ad alta sensibilità che ne restituisce lavori caldi e sgranati mai intaccati digitalmente; illumina il suo corpo avvolgendolo dalla luce naturale ora uno spiraglio di una finestra ora luce ambiente con tonalità pastello; la propria identità visiva viene così decostruita, mai manifestata, celebrata ma oggettualizzata come se quel corpo appartenesse naturalmente a quel luogo.

-Francesco Arena-

BARBARA GHIRINGHELLI

Nasce a Udine negli anni 70 si è trasferita a Milano nel 1979. Si laurea in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano con una tesi in storia dell'arte comparata in letteratura inglese sui Pre-Raffaelliti. Specialista in arte vittoriana ha iniziato un dottorato su John Singer Sargent a Reading (UK), che non ha portato a termine. A Reading è rimasta per 13 anni dove ha lavorato come libraia e traduttrice. Dal 2007 al 2011 ha fatto parte di un collettivo di artisti che gravita attorno all'organizzazione artistica Jelly in Reading.
La fotografia, la scrittura e le arti manuali (come il ricamo su carta utilizzato nella sua prima mostra) sono per lei dei mezzi di narrazione mai il fine.

Predilige una fotografia fatta di sequenze con un intento narrativo; di fatto si considera un po' una “raconteuse”. Le sue ispirazioni iconografiche sono: Francesca Woodman, Diane Arbus, Guy Bourdin e Tim Walker.
“... la ricerca parte da lì: me. Sono come un pelapatate. Lavoro su un'auto rappresentazione emotiva che prende in considerazione la mia immagine; partendo da uno spunto autobiografico ne costruisco poi delle piccole storie, mi piace tenere le storie sospese, sono viaggi emozionali ma anche fantastici".

OLIVIA GIOVANNINI

Danzatrice, coreografa, performer e formatrice, studia danza contemporanea e altre pratiche corporee dai primi anni Novanta, seguendo corsi e workshop con maestri quali: N. Bernardini, P. Doussaint, A. Certini, J. Gaudin, O.D’Agostino, K.Duck, Tanz Company, E. Gervasi, Kinkaleri, approfondendo, contemporaneamente la pratica dell’Aiki Taiso e dello Yoga.

Attraverso l’interesse per un’indagine compositiva che mette la danza a stretto contatto con il luogo e il tempo d’intervento performativo, sperimenta collaborazioni con artisti provenienti dall’ambito della musica e dell’arte contemporanea (video arte, musica elettronica, fotografia, costume, light design, writing, neon art e altro ancora).

Nel suo lavoro è sempre presente proprio questa urgenza, dilatare il “suo” tempo, il tempo di un’azione, il tempo di un pensiero, il tempo di un vissuto; un mettere in gioco il suo corpo in relazione allo spazio, agli oggetti coi quali spesso dialoga, ai bisogni di un sentimento, un’interpretazione di un sentire. Un corpo il suo che ha bisogno del contatto con gli elementi, terra, legno, superfici; un corpo che si veste e riveste continuamente di un’immagine pubblica che si mette al servizio delle reazioni del pubblico, che gioca coi ruoli sociali stereotipati, che ha bisogno di “sentire” le vibrazioni musicali o tattili dei suoi simili… non solo danza, l’armonia o disarmonia di un corpo nello spazio, ma il tentativo di catturare con le sue azioni e renderlo proprio, il luogo del “suo” sentire come a volercelo tradurre, come a volercelo decifrare, riconsegnandocelo arricchito dai colori della sua interpretazione che meglio delle parole a volte ci cattura, ci porta con se stupendoci in silenzio, ci rivela. Il “suo” tempo; il “suo” sentire che diventa nostro.

-Francesco Arena-

ANNA GUILLOT

Nasce a Pisa, vive e lavora a Catania e a Berlino.

È docente titolare nel biennio specialistico di Progettazione Artistica per l’Impresa presso l'Accademia di Belle Arti di Catania. Impegnata in ambiti linguistici intermediali e sinestetici, negli anni 80/90 ha operato con protagonisti della Poesia concreta, visiva, fonetica e della neoavanguardia (Carlo Belloli, Mirella Bentivoglio, Eugenio Miccini, Giovanni Fontana, Francesco Carbone) e con gruppi di ricerca verbo-visiva (Nuova Scrittura, Ottovolante/circuito di produzione di poesia, Intergruppo/Singlossie). Più recentemente, l'interesse per la ricerca tecnologica applicata all’oggetto libro, confluisce nel progetto KoobookArchive/Lab_KA, l’archivio-laboratorio di sperimentazione del libro d artista e dei suoi sconfinamenti ideato e condotto dal 2007.

È stata redattore di riviste specializzate, è collaboratore di Arte e Critica. Pubblica un fotofoglio aperiodico e French Guillotine, il resoconto annuale della propria attività in forma di rivista.

Artista e ricercatrice in aree intermediali e sinestetiche, attraverso la sua indagine connette la sperimentazione multimediale con il tema del libro-oggetto e del libro d’artista.

 

TERESA IMBRIANI

Nasce in Salento.

Nel suo recente lavoro fotografico, pressoché inedito (si occupa anche di disegno e poesia), si posso vedere inquadrature desolate, fredde in bianco e nero e colore, "sono piccoli racconti, apparenti sequenze di pose autobiografiche in interni famigliari, dettagli di corpo e oggetti che fissano un momento, una quotidianità, il rapporto che si crea tra lo stato emotivo del corpo ed il potere evocativo dello spazio e degli oggetti che lo abitano".

Sia che si tratti di stanze, oggetti o se stessa, il suo soggetto preferito, l’immagine che si ricava è sempre quella della negazione, dell’assenza, del frammento, della spersonalizzazione, di una quotidianità frammentata come a volerne ricucire un nuovo vestito, darne una nuova identità.

-Francesco Arena-

SEBASTIAN KLUG

E’ un fotografo tedesco con sede a Berlino.

Ha iniziato a usare la fotografia mentre studiava architettura e dal 2008 ha cominciato la sua attività espositiva; il suo lavoro è stato presentato al Festival Europeo del Mese della Fotografia di Berlino nel 2010 e in diverse sedi in diverse città tra cui Cottbus, Udine, Venezia, Amsterdam, Helsinki, Copenaghen, Londra e Oklahoma.

“Sebastian Klug fotografa principalmente in condizioni di bassa luminosità ricercando in migliaia di scatti rubati attimi evocativi e segni astratti. La bassa definizione viene consapevolmente esaltata come generatrice di risultati estetici inaspettati. I soggetti e i dettagli delle sue “visioni sonnambule” della notte berlinese, si trasformano in atmosfere alienate: l’artista è spettatore e partecipe di un mondo non convenzionale, estraneo e mai ripetitivo. “Klug punta l’obiettivo della fotocamera di un telefono cellulare sulla notte e sui suoi inconsapevoli protagonisti; stills a bassa definizione, sgranati e potenti, fissano in maniera spietata e lucida attimi rubati, irripetibili". (Prof. Gabriele de Pascal, storico dell'arte, Udine)

La serie di Fototessuti o “Pixograms“ é una serie di oggetti fotografici basati su queste fotografie low fi, trasformate con un intervento analogico; due riproduzioni identiche di una fotografia sono tagliate a strisce in direzioni corrispondenti e ricomposte attraverso un processo di tessitura manuale. Applicando questa tecnica, Klug altera contenuto e forma dell’ immagine che viene dissolta in mille frantumi e trasformata in un oggetto tridimensionale con le sue proprie caratteristiche ottiche e tattili; con la scelta di combinare un metodo artigianale con uno tecnologico, crea affascinanti oggetti ibridi che utilizzano i parametri fondamentali presenti nella creazione figurativa da diversi secoli, unendo con un fil rouge il pixer digitale e il fare manuale.

NATASA RUZICA KOROSEC

Nata in Croazia, vive e lavora a Brescia, dove dopo il diploma in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo presso l’Accademia di Belle Arti di Brescia Santa Giulia, consegue il Master in Marketing per le imprese di arte e spettacolo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.

L'intero percorso creativo di Natasa si caratterizza per due aspetti fondamentali: l'utilizzo di tutti i linguaggi creativi, quali scultura, fotografia,  installazioni, pittura, performance, in nome di una attività che sa spaziare a 360° e che si muove liberamente attraverso le diverse tecniche; lavora sui concetti di libertà e identità, espressi attraverso forme e linguaggi differenti.

Le legature, l'imbavagliamento, l'impossibilità di muoversi o camminare di alcune sue performance (IMPOSSIBILITY TO......be free...to go up...another brick in the wall) sono spettro di un disagio sociale, politico che usa il corpo come cassa di risonanza.

ELEONORA MANCA

Artista visiva, videoartista, videoperformer, fotografa. Utilizza vari media (principalmente fotografia e video) al fine di creare percorsi comunicativi mediante installazioni e micro-narrazioni, spesso attraverso la compenetrazione tra immagine e parola. Il suo lavoro ruota attorno i temi della metamorfosi e della memoria del corpo. Ha esposto in numerosi festival, collettive e personali in Italia e all'estero. Vive e lavora a Torino.

 "Il corpo nella sua presente assenza. Il corpo nella sua presenza assente. E nel mezzo di queste carni e carcasse l'ostinazione a cercare sempre e ovunque piume, per ricordarmi che anche una piuma ha il suo peso".

ELENA MARINI

Nata a Pistoia, posa per molti anni come modella all'Accademia di Belle Arti di Firenze, all'Accademia di Belle Arti di Parigi e in moltissime scuole; importanti le sue collaborazioni come modella, fotografa, performance artist e body artist, con importanti artisti nazionali ed internazionali: Eugenio Miccini, Vanessa Beecroft, Tom Sachs, Sarenco, Luc Fierens, Jean-Fraçois Bauret, Aldo Rostagno, Daniel Druet, Jean-François Duffau, Daniel Nguyen, Mauro Dal Fior, Uwe Ommer, Peter Suschitzky, H.Craig Hanna.

Come body artist, compie opere e performance molto spesso utilizzando il proprio sangue, ricorrendo ad autoprelievi. Artista concettuale, eclettica ed iconoclasta, è collagista, provocatrice visiva ed attiva in una rete di interrelazioni con artisti, in particolar modo con Luc Fierens, nell'ambito della Poesia Visiva e dell'Arte Postale. Artista interessata alla filosofia, all'antropologia, alla sociologia e ai messaggi subliminali, è costantemente impegnata in una forma di “guerriglia creativa e resistenza poetica”, critica e spesso apocalittica, contro l'omologazione ed i messaggi dei mass-media.

I suoi recenti lavori artistici sovversivi di collage, gli “SPOT”, non sono altro che delle diapositive, una radiografia della società che l'artista ritiene pornografica e assolutamente autodistruttiva, che ha qualcosa da nascondere, in un processo continuo di svelamento per mostrare l'assurdo e l'osceno.
Quello che non si può dire, quello che non si vuole vedere.

LORENA MATIC

Nasce a Trieste; opera con diversi media, dalla fotografia al video alla performance, dalla pittura all’installazione incentrando la sua poetica creativa sulla ricerca identitaria e sulla relazione, per mettere in scena il dialogo e lo scambio con l’altro da sé quale perno centrale di un opera in cui la dedizione all’individuo e al sociale è a tratti venata da sottile ironia.

Ha esposto in diverse collettive e personali in Italia e all'estero, in gallerie private e presso istituzioni come la Galleria d’Arte Moderna di Udine, Ca Rezzonico-Civici Musei Veneziani e la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, Villa Manin di Passariano (UD), la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Guarene Alba (TO), il Ludwig Museum di Budapest, la Jakopiceva Galerija di Lubiana, la Galleria Loggia di Capodistria e il Museo Revoltella di Trieste, dove Matic è l’unica artista donna vivente ad avere una propria opera in Collezione.

Nel 2004 ha vinto il Premio Fondazione Città di Trieste, sesto concorso Internazionale di Design Eatable Glass, organizzato da Trieste Contemporanea. Dal 2005 lavora con la Galleria Romberg Arte Contemporanea di Latina ed è ideatrice e direttore artistico del progetto “Questa Volta metti in scena...”, che si rivolge, sul fronte della didattica e dell'etica sociale, alle nuove generazioni sia italiane che straniere con concorsi, mostre e stage con visiting professor internazionali.

RALPH MEILING

Ha studiato arte, fotografia e design all'Accademia di Belle Arti di Media Arts a Colonia in Germania. Tra il 1995 e 1997 ha lavorato come modello, fotografo e regista per stilisti importanti quali Jean-Paul Gaultier, Matsuda, Comme des Garçons e Yohji Yamamoto.

Durante questo periodo sviluppa uno stile che oscilla costantemente tra video e fotografia; realizza dei lavori con una tecnica di registrazione dell’immagine non convenzionale; utilizza lunghe esposizioni che costringono i suoi modelli a trascorrere ore con l’espressione del viso immobile seduti su una sedia illuminati da un’unica fonte di luce mono direzionale. Registra la scena con una videocamera, per poi utilizzare alcune parti del girato, selezionando dei frame e stampandoli successivamente in grande formato.

Nel 2001, produce a Berlino il film "Suitcaseproduction”, collaborando con la coreografa Stefanie Schröder e il musicista e cantante Berit Emma Ott (Sender Razzo Free).

Il suo lavoro cinematografico è di alto impatto visivo e sperimentale.

BEATRICE MORABITO

“Vivente, Amante e Desiderante” a Genova; usa oggetti inanimati come le bambole per rappresentare le sue proiezioni Freudiane come in un gioco preconscio. Come Anne Sexton e Sylvia Plath ama non essere considerata una fotografa ma un "confessionale", narratore di storie dove le immagini sono usate al posto delle parole (immagini di desideri, paure, emozioni o di reali momenti della sua stessa vita).
Ha esposto in diversi paesi e i suoi lavori sono stati pubblicati in svariati magazines e copertine di libri.

GIULIA PESARIN

Nata a Legnago, in provincia di Verona; attratta dal ruolo dell'immagine nell'arte contemporanea e come mezzo espressivo, da alcuni anni si occupa di fotografia dapprima affinando la ricerca analogica, ora approfondendo quella digitale. Sviluppa i suoi progetti collaborando con diversi professionisti in ambito nazionale e lavora spesso a contatto con artisti provenienti dalla danza e dalla performance art.
Nella sue opere fotografiche cerca sempre un profondo legame con la sua esperienza e le sue origini, il mosso è un elemento importante che troviamo sempre in quasi tutti i suoi lavori, è come se il corpo e la grana dell’immagine si fondessero insieme rafforzandosi in una pasta emotiva compatta ed eterea.

Gli scenari delle sue ambientazioni sono spazi aperti o per contro interni diroccati, fatiscenti, la presenza umana è sempre suggerita dalla forza di un gesto, dalla posa fotografica lunga che ne esalta la naturalezza e l’istintività; i colori pastello, realistici ma non reali trascinano le immagini in quell’atmosfera che percepiamo tra il sonno e la veglia, appena prima di aprire gli occhi.

-Francesco Arena-

ANNALISA PISONI CIMELLI

E’ una pittrice, fotografa e videoartista nata a Genova. Si è laureata nel 2010 presso l'Accademia Ligustica di Belle Arti (Genova) in Visual Arts/pittura.

La sua ricerca artistica è principalmente basata sulle immagini della pelle, di dettagli del corpo umano; le piace descrivere “la trama di pieghe e rughe, la tensione delle mani e delle ossa”.

Nella sua visione, la pelle è considerata come un involucro/corazza all’interno del quale non vive solo il corpo fisico, ma dimorano anche il sentimento, il pensiero e le storie personali; un tessuto che racchiude una mappatura emotiva e sentimentale che arriva a testimoniare l’origine stessa delle emozioni.

L’artista non predilige un media in particolare, ma utilizza quello che maggiormente può servire a tradurre al meglio la sua ricerca; usa la pittura, la fotografia e spesso le due tecniche insieme; ne derivano visioni quasi macro dove appunto la pelle è vista come un confine o una corazza, un diaframma tra “dentro e fuori”; quando si serve di immagini in movimento il video ha un ruolo importante che le permette di uscire dalla bidimensionalità ed usare note narrative differenti.

ANGELO PRETOLANI

E’ nato a Genova. Artista di estrazione concettuale, è attivo sul versante della performance fin dai primi anni Settanta. Dopo le prime azioni nel 1973, alcune delle quali vengono espostea Roma ( X Quadriennale, 1975), l’artista attraversa con eventi performativi (le apparizioni) “l’identità di un io imprendibile e metaforizzato: L’Angelo… figura teatrale e insieme alchemica”. (G. Beringheli)

Nel corso del tempo ha attraversato diversi linguaggi, dalla pittura alla fotografia al video, affrontando temi diversi ma sempre riconducibili al concetto di identità e di luogo, privilegiando sempre nelle sue opere l’aspetto processuale e onirico. Ha esposto in Italia e all’estero ottenendo riconoscimenti di notevole interesse.

GIACOMO REBECCHI

Nasce a Verona; fotografo di moda e grafico, esprime nei suoi lavori un identità femminile spesso desolata e ritagliata in fondi bianchi decontestualizzati con colori forti e de saturati, ne restituisce un corpo asettico e surreale, diafano e bloccato in posture a servizio della propria auto rappresentazione.

(…) Se vuoi posso dirti qualche mia idea su come vedo la fotografia che faccio, passo dal fashion, al ritratto, al nudo mantenendo costanti due/tre tipi di luce che utilizzo e che faccio mie; cerco molto il carattere, la fisicità, il movimento, il momento di emozione che voglio tirare fuori dalla persona che ho davanti. Non voglio dei pali che stiano fermi e che “posino” voglio che interpretino un attimo, una sensazione, come se fosse realmente un frame di un film che stiamo girando “LIKE A MOVIE come un film”, muovetevi come se recitaste, oppure siate talmente espliciti senza pudore e senza vergogna perché tutti siamo uguali ed abbiamo le stesse cose, la pelle (cosa che adoro), il corpo etc. Vorrei rappresentare la "moda" mischiando il tessuto con la pelle umana, il colore con le sensazioni e la sensualità, rendere il corpo e la pelle una cosa non da censurare ma da amare e dai quali cogliere varie sfumature che durano attimi.

CHIARA SCARFO'

Nasce a Genova; realizza performance destinate a risolversi nell'immagine video, dove l'artista è sia oggetto che soggetto della rappresentazione. La sua ricerca, iniziata nel 2003 negli spazi abbandonati dell'ex manicomio di Quarto, si è incentrata sui luoghi della memoria privata e collettiva e sul corpo inteso come limite immaginario fra interno ed esterno, io e mondo, per evolvere in direzione di un'intimità ermetica, dove gli opposti si compenetrano e il principio di non contraddizione supera se stesso nella sintesi superiore che conserva l’opposizione salvandola: per cui non "A o non-A", bensì "A e non-A".

Ed è qui, che il corpo si presenta come involucro sfrontato e inaccessibile, nascondiglio e rifugio del pensiero.

VALTER LUCA SIGNORILE

Valter Luca Signorile nasce in Italia, dove tutt’ora vive e lavora.

Artista dal tratto multidisciplinare e transmediale (differenti materie di applicazione, video, fotografia, performance, installazione, scultura e disegno), Signorile non scende tuttavia a compromessi con la tradizione pura della rappresentazione di matrice pittorica, affrontando i grandi temi attorno all’uomo, al mistero della vita e della morte, al rapporto imprescindibile con il corpo.

KEIN KÖRPER era infatti la sua personale al MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino, Svizzera, nel 2014, per la quale era stata edita la pubblicazione monografica bilingue ECODROME a cura di Mario Casanova, così com’è di prossima uscita JE SUIS PRÊT, con testo critico bilingue di Giuseppe Carrubba.

Oltre al già citato Museo e Centro d’Arte Contemporanea in Svizzera, l’opera di Signorile è stata esposta entro variegati contesti tematici a Palazzo Ducale Genova nell’ambito di Segrete –Tracce di memoria - Artisti alleati in memoria della Shoah, Palazzo Medici Riccardi Firenze, Museo Borgogna Vercelli per progetti a cura di StudioDieci City Gallery.

Tra i recenti lavori di Signorile è da segnalare la sua collaborazione con l’artista Pier Giorgio De Pinto, all’interno del progetto FRAUGHT presentato per la prima volta nel 2015/2016 presso il centro MACT/CACT, Svizzera.

-Mario Casanova Direttore MACT/ (Svizzera)-

VALERIO VISCONTI

Electro performer, pianista, tastierista, dj, “artista moderno”.

Valerio Visconti è da sempre alla ricerca dell’innovazione nel campo della musica, spinto da una creatività che lo ha portato a molti risultati in diversi settori musicali.

Dopo anni di concerti come pianista e un cd di sue composizioni, scopre i sintetizzatori e da lì non si staccherà più, arrivando a realizzare video di ricerca per l’Istituto Italiano di Tecnologia, partecipare alla creazione di nuovi dispositivi musicali, comporre colonne sonore per applicazioni e rivisitare quelle di lungometraggi storici.

Il tutto in mezzo ad un’intensa attività di live e djset, in Italia e in Inghilterra.

 

GIOVANNA ELIANTONIO VOIG

Nasce a Pescara; nei suoi lavori mette in atto un attenzione particolare per lo spazio e per il corpo, spazio e corpo che spesso dialogano insieme selezionandosi porzioni da occupare con molta attenzione oppure distribuendosi rispettivamente con ordini spesso minimali e geometrici.

Lo spazio del corpo è molte volte ritagliato, sospeso, ricoperto da oggetti che ne estraniano l'essenza, si auto ritrae escludendo spesso il volto camuffato ora dai capelli ora dalla postura ora da elementi esterni come a volersi negare pur rappresentandosi; poche volte si scorge il viso dell’autrice, in secondo piano o sfuocato o nascosto dal suo stesso corpo, la persona viene descritta da un contesto di tracce che ne disegnano la personalità, non dai tratti somatici quindi ma dal valore e dall’uso di quegli oggetti quotidiani che si caricano di valore e di senso perché sono stati scelti e consumati nella propria vita. Coprendosi il volto cercava di assomigliarsi.

“Sono dei Selfie anomali quelli di Anna, forse molto più intimi, molto più pornografici nelle loro descrizioni di una quotidianità riordinata e ricomposta davanti all’obbiettivo fotografico come a volerne ristabilire il senso attraverso i loro equilibri. Quindi piante, porzioni di arredi, specchi, stoffe abiti sono gli elementi di un codice visivo atto a scrivere un diario intimo quotidiano, un nuovo codice interpretativo del se”. (V.Agnetti).

VIOLETA VOLLMER

Nata in Lituania, Violeta Vollmer-Dundulyte si è laureata in belle arti all'Università di Tallin in Estonia ed è qui che è stata liberata dalla fine della dittatura sovietica. Spinta dagli effetti della globalizzazione, vivendo e lavorando in numerosi stati di tre continenti ed essendo lei stessa una migrante, investiga se stessa, il proprio Io e la propria condizione sociale utilizzando una varietà di materiali e tecniche (fotografia, pittura, video arte) per esprimersi nel suo continuo viaggio artistico/esistenziale.

La sua ricerca cerca di decostruire le realtà che cambiano e sono cambiate intorno a lei afferrando le loro caratteristiche “iconiche” per creare la propria linea narrativa su segmenti di un “subconscio globale”, trasformando così i ricordi del suo passato in una “mitologia personale”.

Dato che la vita è un dramma e tutti partecipano sia da spettatori che da attori, Violeta non vuole avere un ruolo passivo; agendo come artista, interpreta contemporaneamente un’artista!

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